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Autopsia_giugno_1903Questa me la sono rigirata un po’ fra le mani prima di postarla. Passata l’iniziale impressione, la rimiro come si fa con un quadro particolare, bello di una singolare bellezza un po’ sinistra. Sarà per il color seppia, sarà per l’essenzialità degli arredi, o per la rigidità plastica del cadavere. Credo sia una fotografia rara, se non altro perché recuperata nel solito mercatino in mezzo ad altre cianfrusaglie. Una fotografia privata, di qualcuno che davvero lì ci lavorava. Sul verso, infatti, in bella grafia si legge “Nella sala incisoria dell’Istituto d’anatomia di Roma, nel giugno del 1903”. Un patologo dunque, un medico che esegue le autopsie e che si è fatto immortalare nel corso della propria quotidiana attività. La fotografia mi ricorda un periodo della mia vita lavorativa: un censimento in un comune che annovera diversi cimiteri e un obitorio. Ricordo l’obitorio come un posto lindo e tranquillo, per paradosso luminoso e solare. E ricordo i primi momenti in cui ci ho messo piede, con un groppo alla gola e il terrore di toccare qualcosa, qualunque cosa. Autopsia_giugno_1903_verso - CopiaE poi, scendendo le scale che portavano ai locali dove si trovavano le vecchie carte, attigui ad altri locali operativi, il lezzo quasi insopportabile che mi aveva preso allo stomaco. Qualche minuto in mezzo ai documenti e mi ero abituata. Ci sono tornata altre due o tre volte, senza più provare nulla. A volte osservo proprio questo, come l’umanità sia capace di adattarsi a qualunque cosa: lavori impossibili per chiunque non ci abbia a che fare direttamente sono svolti con nonchalance a patto di tenerli separati dalla sfera emotiva. Come sarebbe possibile, diversamente, lavorare negli ospedali, nei pronto soccorso, nei cimiteri. In una sala incisoria di anatomia… Osservo la compostezza del medico: non c’è traccia di emozione. Solo di un interesse scientifico e professionale verso ciò che sta facendo. Un camice, un grembiule, un lavandino ad angolo, una lampada. E un povero morto che sembra di cera. Nessun orpello. Non si richiede, non ce n’è bisogno.

(Ermis)