Se non fosse per quella data in calce – 15 agosto 1459 -, la data del provvedimento preso dalle autorità, la storia non sembrerebbe poi così “lontana”. E’ solo una piccola storia ignobile, come direbbe un celebre cantautore, e certo non valeva la pena di scomodare l'”Illustrissimo et Gracioso Principe”. Ma tant’è, Margherita era affranta e voleva giustizia, e così aveva avanzato la supplica. La storia – così bella nel suo affastellarsi di frasi che s’attorcigliano l’una all’altra con mille anacoluti – l’ho trovata durante l’inventariazione del fondo “Potenze sovrane e altre voci”, parte del Carteggio visconteo-sforzesco conservato in Archivio di Stato a Milano. Per la precisione nella b. 1587. La trascrivo così com’è.
“Illustrissimo et Gracioso Principe. Nel anno presente stando Zino di Catanei da Lode in uno sedime sive casa de la vostra fidelissima servitrice Margarita di Ghiglij a pigione – tunc vidua et relicta del quondam Vescono [così leggo] da Mandello – sita [la casa] nel borgo di Porta Vercellina [a Milano], a pisone a luy locata per certi lochi d’essa casa, fraudolentemente cognoscendo ditto Zino, homo di pravissima conditione, dicta poveretta donna vidua essere di pura et bona fede quale se viveva modestamente cun duy suoy fioleti, et ley havere alcuna cosa, imaginatosi de inganarla, portando socto la pelle del agnello li vestigij del lupo, fingendo lui mentitamente non havere mogliere, et asserendo essere ben staghente [benestante] a Lode et de bona gente, tanto fu importuno dicto Zino dietim [giorno dopo giorno] stimulando dicta Margarita sub dolce et molte profferte, adimandando che la torìa [prendeva] per mogliere et sua legittima sposa et anche che si contentava [era contento] tollere cun ley li dicti suoi fioleti, et che li haveria cossì cari come fioli et como haveva ley…”
Qui mi fermo un attimo, perché chi scrive è un fiume in piena e non si vede la fine della frase. Noto solo che in poche righe i personaggi sono già meravigliosamente delineati e il dramma è ben avviato. Il primo colpo da maestro di Zino il mascalzone è la dolcezza. Il secondo è la costanza. Il terzo è la promessa di matrimonio. E il quarto, a coronamento, il volersi prendere cura dei figli di lei. Come può Margherita resistergli? Vedova e magari ancora giovane e desiderosa di un uomo. Infatti…
“… tandem [infine] a subornatione sua, credendo ley [Margherita] dicto Zino essere persona dabene et devere observare quello che li prometteva, et essere vero ciò che diceva, si lassò indure ad la voluntà sua, et si tolseno ambi duy cum debito juramento et mano in fede per marito et moglie, et per dar meglior colore al facto suo et indure dicta Margarita a questo et inganarla più legiermente [più facilmente], fece venir la matre sua et uno suo fratello presbytero [così leggo], et due sorelle da Lode qui per exortarla meglio.”
Questo è talento. Zino è un mascalzone coi fiocchi. Portare la mamma e il resto della famiglia a conoscere la futura sposa è per Margherita la prova che lui fa sul serio. Solo che ora il dramma inizia davvero.
“Ma dilatava [ritardava] di fare la debita sollennitade publica di tale matrimonio, fin che mandava a marito, como asseriva, due soe sorelle spose da le quale si voleva fare fare ‘carta de fine’; et inde contracto dicto matrimonio privato et occulto et consumpto, havendo [Margarita] reposte certe robbe et cose sue di notabile valuta in uno cassono ne la camera de dicto Zino tenendo luy la chiave et confidandosi dicta poveretta de dicto Zino suo marito, essendo assentato da qui per più zorni dicto Zino, hassi trovato esserli spazato dicto cassono et subtracta dicta roba per cose che ascendeno tra quelle et dinari a luy dati lire CLXXV imperiali vel circa.”
Basterebbe già solo questo a far piombare Margherita nel dolore più nero. Ma il peggio deve ancora venire. E sono certa che è proprio il peggio.
“Deinde ha trovato dicta Margarita che esso Zino ha un’altra prima mogliere in Lode.”
Ecco, appunto: l’altra. Tocca a Margherita ora avvalersi di tutte le arti per riuscire a convincere il grazioso principe che la malvagità del “dicto Zino” fa ombra anche al suo splendore. Oltre che a Dio e al mondo, si capisce. La supplica è un capolavoro di accortezza nella perorazione finale e certo la vedova tradita si era affidata a chi sapeva tradurre in poche, succose parole la sua vicenda dolorosa, condendola con espressioni mutuate dal linguaggio giuridico. Del resto lei chiedeva giustizia.
“Del che essa povereta, taliter tradita, si trova vituperata et consumata al tuto contra ogni honestà et justitia. Essendo adoncha, Signore Illustrissimo, tale nefando tradimento per inganno, subtrazione et robaria, horribile apresso a Dio et al mundo et praesertim a la Signoria Vostra, splendore et vivo fonte di justitia: né debìa tale cosa transire impunita, né ley et li fioleti essere per la malvasità de costuy communiter disfatti et consumati.”
E dunque…
“Humelmente dicta Margarita genibus flexis supplica a la clementia de la Signoria Vostra che attesi le dicte fraude, tradimenti, inganni et subtractioni si digna expresse scrivere et mandare al vostro podestà de Lode, che intese le cose praedicte secretamente, subito caute, aciò non si absentasse et fugisse dicto Zino, di mala conditione et fama, lo facia destenire personalmente e lo astrenza [costringa] ad integre satisfare a dicta Margarita de tuto quelo che de havere e che le ha subtracto et ultrius li administra justicia del matrimonio fallace et ingani perpetrati per dicto Zino. Aciò sia exempio a sì et ad altri abstinersi da cossì facti tradimenti et malegesti, como suadet la justicia et si creduto essere di vostra bona mente [così leggo]. Et casu quo dicto Zino non si potesse havere, per che li fratelli suoy, la matre et sorelle sue steteno a dicto ingano et tradimento, loro astrenza [costringa] personaliter a la dicta satisfazione et punisca medio jure, quia agentes et consentientes pari pena punendi sunt.”
Fine della storia. Perché la supplica finisce qua e non c’è modo di sapere come sia andata a finire col “dicto Zino”, mascalzone matricolato, e Margherita, vedova ingenua e ingannata. Poche parole in corsivo in calce alla carta ci rendono noto solo che il giorno 15 agosto 1459 si era provveduto a scrivere al podestà di Lodi perché ingiungesse al ribaldo di presentarsi immediatamente… Figurarsi!
(Ermis)
