L’ho capito solo da poco. Quando frugo nei mercatini in mezzo alle carabattole o mi immergo per lavoro negli archivi io cerco la gioia, al di là delle tristezze e delle brutture della storia. Questa cartolina me la ricordo bene. Mercatino domenicale di piazza Cordusio e viuzze limitrofe. Il solito frugamento con l’amico G. in un paio di scatoloni di una bancarella, centinaia di fotografie alla rinfusa sotto il sole. Foto qualsiasi, un po’ vecchie, un po’ meno. “Qualsiasi” solo per noi ora, mentre hanno rappresentato qualcosa – un ricordo, un pegno d’amore, un affetto – per qualcuno che ora non è più. Me ne vado insoddisfatta, senza aver trovato nulla che mi colpisca. Nulla tranne questa foto di regime che acquisto, assieme a poco altro, per dare un senso alla mattinata. In realtà la fotografia mi ha “preso”. Ho visto qualcosa: la gioia innocente e una storia. La foto infatti è usata come cartolina e spedita da Franco, di stanza a Tripoli, a una riottosa Silvia di Fano nel 1942.
“Li 7-10-1942. Grazie per le tue gentili parole che sono state veramente molto gradite, dopo un lungo misterioso sepolcrale silenzio, del quale non ne ho mai compreso il motivo. Ti scrissi ma non ebbi alcuna risposta. Si vede che in tuttaltre faccende eri affacendata… dimenticandoti dei compagni tripolini. Mi auguro la presente ti trovi sempre in ottima salute unita alla tua cara Mamma ed a Teresa alle quali porgerai un mio saluto. Caramente, Franco.”
Tutt’attorno alla foto della bella ragazza araba, sul recto: “Ti piace la mia nuova conquista?… A dir le sue virtù, basta un sorriso!… Ho detto tutto! Non essere gelosa, in tempo di guerra bisogna arrangiarsi”.
La ragazza della foto è bella davvero, con un sorriso aperto e lo sguardo dritto all’obiettivo. Piena di gioia. E’ questo che mi ha colpito. Chissà se ha capito qualcosa: di essere carne da macello, oggetto di conquista al pari del suo paese. “Conquista” è la parola, la scrive anche Franco, deluso e disilluso, a Silvia la silente, tentando di fare l’ironico e forse di darsi un tono. “La mia nuova conquista”. Poi riporta tutto sul piano della realtà: in tempo di guerra bisogna arrangiarsi.
Mi vengono in mente due o tre cose. L’album di un soldato toscano, da Addis Abeba, acquistato tempo fa, completo di decine di foto di regime: tre quarti sono di donne del posto, nude per lo più o con poco addosso. Tutte sorridenti, belle di una bellezza naturale e carnale. A dirla tutta sembrano e sono senz’altro bambine o poco più. La conquista. Inframezzate, poche foto della fidanzata lasciata in Toscana, secca e spigolosa, col tailleurino e la gonna a tre quarti. E un sorriso forzato a mezzo. Ridere con tutti i denti non sta bene. La fidanzata.
E mi vengono in mente gli stessi mazzetti di foto di mio nonno, anche lui di stanza a Tripoli di Libia: parate militari, cartoline di Italo Balbo e donne nude del posto. Foto di regime e qualche foto amatoriale con lui che si arrampica su una palma a torso nudo o in posa davanti a un aereoplano su cui non ha mai volato. E qualche frase d’effetto scribacchiata sopra. Sempre la stessa: “Non fidarti di me se il cuore ti manca”. E’ l’aereo che parla, l’ho capito tanto tempo dopo.
La tristezza delle persone in guerra dev’essere sempre la stessa, di qualunque guerra si tratti. E uguale la paura: di essere dimenticati. Come il povero fante della Prima Guerra, Franco aspettava da Silvia una risposta mai giunta. Solo un “lungo misterioso sepolcrale silenzio”. Poi quattro gentili parole di lei, finalmente. In guerra ci si aggrappa a tutto.
(Ermis)