Here is my Old Cabin Home, Here is my sister and my brother, Here lies my wife, the joy of my life, And my child in the grave with its mother
Le fotografie raccontano storie. Magari solo abbozzate, suggerite nei contorni essenziali eppure compiute nella loro “essenza”. Una storia è una storia: con un inizio, una fine e una parte centrale in cui si snodano gli avvenimenti. E’ un puro accidente ciò che noi cogliamo della storia: un paesaggio, un ambiente, persone, cose, ombre e luci. Anche se nascosta, la storia è sempre lì. Poi c’è un’altra storia, che si intreccia a volte in un modo casuale con l’altra: è una “metastoria”. E’ la storia di quella fotografia: non di ciò che rappresenta e del vissuto dei personaggi colti nel momento dello scatto, ma la storia di come quella singola immagine stampata – il più delle volte spiegazzata, mutila, bistrattata e malconcia – è giunta fino a noi.
La foto con la baracca di assi tutte diverse e tutte sghembe, gli alberelli stenti, la gabbia dei canarini vuota appoggiata sopra un barile, le coperte patchwork appese a un filo da stendere, una donna e una bimba di colore vestite come la Mami di Via col vento – la fotografia dico è un tuffo in un campo di cotone. Di quelli in cui gli schiavi si ammazzavano di fatica in uno degli stati americani del Sud.
Ignoro la storia: quella della donna e della bimba raffigurate e quella – ancor più misteriosa – della fotografia. Quando l’ho trovata dentro l’ennesimo scatolone del solito mercatino, era infilata tra mazzi di immagini delle colonie italiane in Africa: Addis Abeba dall’alto, tukul, paesaggi africani, foto di regime. Questa stonava: era unica, solitaria e portava immediatamente il pensiero a un libro letto credo alla fine delle elementari o giù di lì: La capanna dello zio Tom.

Ieri l’ho presa in mano cercando di decifrare le poche parole scritte sul verso a matita: “Here lies my old cabin home”. Verso poetico. Mi sono chiesta chi potesse averlo pensato in relazione alla foto. Poi noto delle virgolette sopra My. Dall’altra parte l’angolo è saltato. Capisco che è una citazione. E ovviamente il web restituisce il contesto: non della storia o della metastoria, ma quello che chiamerei il contesto poetico: “The old cabin home” è un canto composto e arrangiato nel 1857 da T. Paine. Un canto divenuto popolare, in un momento cruciale della storia americana.
E’ bello trovare qualcosa, anche solo un filo sottile che mi avvicini alla storia. Alla storia di questa foto e di queste persone e alla storia più grande. Quella che alcuni scrivono con la esse maiuscola. (Ermis)
THE OLD CABIN HOME I am going far away, far away to leave you now, To the Mississippi river I am going, I will take my old banjo, and I'll sing this little song Away down in my Old Cabin Home Chorus Here is my Old Cabin Home, Here is my sister and my brother, Here lies my wife, the joy of my life, And my child in the grave with its mother. [...]
