Tag

, , , , ,

20160227_115459(1)

“Galbiate, adi 12 Giugno 1778. Carissimo Nipote, avete fatto un gran torto a vostro Fratello, a vostra Madre, ed alli altri vostri Parenti a non prender da essi consiglio prima di farvi soldato. Se credeste che il mestiere che ora avete scielto sia facile, e abbiate così a godere buon tempo, v’ingannate. Se vi rincresceva star soggetto al Padrone, o lavorare, ora vi converrà andare [a] lavorare il doppio, dormir pocco, far lunghi viaggi sotto l’aqua e la neve, vivere in mezzo a pericoli di morte, e star soggetto a molti padroni, che vi faranno stare a poco pane, a bastonate tante. Guardate che bel cambio avete fatto. Se il farvi soldato fu vera vocazione, supererete in parte queste dificoltà, ma se fu qualche capricio, state fresco. […] Vostro affezionatissimo Zio […]”.

Diamine, ho pensato, quando l’ho letta: ma questa è la mia storia! Cioè, cambiate le cose da cambiare. In una sabato mattina di ripiego, stanca morta per la settimana in trasferta, mi trovo a occuparmi delle solite ultime cartelle di un fondo infinito. Sono a pezzi e fatico a concentrarmi. Sto per alzare bandiera bianca e chiudere tutto, quando l’occhio coglie qualcosa. Poi la lettura si fa improvvisamente attenta. E’ la lettera di uno zio saggio a un nipote sconsiderato. E’ lì, in mezzo a un tripudio di atti notarili di divisioni di beni, e finisco anche per capire il perché.

Il nipote morde il freno, parte soldato, lascia una madre in lacrime e parenti interdetti.  Avrebbe anche le spalle coperte, a dire il vero: è quello che gli ricorda lo zio. Dignitosamente coperte, nulla di più, ma tant’è. E’ infatti il  cadetto di una famiglia della piccola nobiltà periferica, un tempo stata anche di una qualche importanza, ora ridotta – si fa per dire – a servir da procuratori a una casa di ben altro lignaggio. C’è da camparci decentemente, il posto è assicurato, ma il giovane sogna altro.  Lo zio ci prova a mettergli davanti agli occhi cosa lascia e cosa va trovando. E’ una storia eterna, una storia che ritorna: tutti i giovani sognano altro, tutti i vecchi cercano di trattenerli, in ogni luogo, in ogni tempo.

Mentre leggo mi diverto con la mente a sostituire me al giovanotto partito soldato. Anch’io ho fatto una scelta di vita poco saggia. Col senno di poi senz’altro sconsiderata. Volevo un’altra vita, senza padroni. Una vita piena di passione com’ero io: piena di passione per la storia. Poi è venuto il tanto lavoro, le notti e i week-end a tribolare per le consegne, il freddo dei depositi, la fatica di farsi considerare, i tanti padroni al posto di uno solo. E il “pocco pane” a fronte dell’impegno, delle difficoltà, del valore che io do a quel che faccio. Temo di non aver esagerato, ma qualcuno lo dirà.

Sono tornata a casa contenta. Felice come una pasqua, non per il paragone, ma per aver trovato la storia del giovanotto e dello zio. Sono tornata a casa canticchiando “Father and son” di Cat Stevens, con il padre e il suo “It’s not time to make a change” e il figlio che risponde “I have to go”.

Gli archivi mi piacciono per questo: perché vi trovo lo scorrere della vita. E la vita è quello che cerco. Tutto il resto non mi interessa più: ho abbandonato da secoli la ricerca seriosa e paludata, la storia arcigna dei professori. Gli archivi sono eterni. Lo sono perché specchio dello scorrere eterno e incessante della vita. (Ermis)