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La storia l’ho trovata a Bergamo dentro un’arruffata eppur meravigliosa miscellanea (1), mentre passo in rassegna migliaia di documenti senza data. E’ una storia di quelle piccine picciò, talmente piccina e meschina da passare inosservata, se non fosse per la tragica evidenza che le dà la protagonista. Uno spaccato d’epoca, più eloquente di un saggio di mille pagine, eppure a suo modo una vicenda universale e paradigmatica.
“Eccellenza, ritrovandomi io Anna Maria Caiselli Mazzoleni, serva umilissima dell’Eccellenza Vostra, nel dopo pranzo di corrente giorno dedicato alla gloriosa memoria di Santo Tomaso Appostolo nella Chiesa parocchiale di Caprino, soffrij per lungo tempo, ch’essendo da altre Signore di quella Terra impedito il Banco di ragione della mia Casa, venisse pure parte di esso occupato da Lucia moglie di Francesco Pellegrini, del luogo di Costa comune di Formorone e di rustica condizione; quando finalmente espostosi il Santissimo Sagramento alla pubblica adorazione, né sapendo io dove collocarmi, procurai che la detta Lucia mi cedesse sopra il detto banco quel luogo, che per niun titolo negar mi doveva giammai. Invece però essa di rassegnarsi alla convenienza ed al giusto, rilevando in me qualche insistenza prodotta dall’inonesta sua ripugnanza, mi lanciò un pugno nel volto, di cui porto tuttavia l’ingiurioso segnale […].”
Passato il momento di attonito stupore per il pugno plebeo assestato dalla rustica Lucia, scartata in un battibaleno l’ipotesi di fare un quarantotto lì per lì, “convenni a forza ritirarmi ond’evitare quegli ulteriori scandali che nascer potevano in onta della rispettabile situazione ed in faccia dello stesso Dio Sacramentato…”. Epperò la signora Anna Maria prende carta e penna e scrive a Sua Eccellenza.
L’Eccellenza in questione sarà ben stata il Podestà, l’unico che poteva porre rimedio all’onta terribile patita. “Non fu però di poco riflesso l’universale commozione per un eccesso che attese le premesse gravissime circostanze, viene a rendersi odioso e detestabile”. Occorre dunque un “esemplar castigo” di fronte a “un sì enorme strapazzo”, per redimere la signora “da un’offesa, la quale in rapporto al civile [suo] stato, si fa troppo sensibile”. E dunque, scrive Anna Maria: “umilio all’Eccellenza Vostra il presente reverentissimo ricorso, implorando altresì l’Autorittà dell’Eccellentissimo, delli di cui sovrani riflessi è ben meritevole il caso…” Meritevolissimo, infatti.
La supplica è proprio così: chiara e arzigogolata al tempo stesso, intorcinata nelle frasi eppure limpida nell’articolata argomentazione a cui Sua Eccellenza non potrà sottrarsi. Chissà come va a finire, ma in fondo non è così importante. A me piace come la “tragedia” viene narrata, la nobile Anna Maria e la contadina Lucia che si accapigliano per un posto in chiesa, quelle poche pennellate che disegnano un mondo: rustica condizione, inonesta sua ripugnanza, civil mio stato, universale commozione, esemplar castigo…. La storia è tutta lì, in quelle tre o quattro espressioni parlanti, precise, succose, che restituiscono il vissuto come una fotografia. A volte bastano poche parole per capire tutto. (Ermis)
(1) Archivio storico comunale di Bergamo. Sezione di Antico Regime. Miscellanea (secc. XV-XVIII). Il documento, pur non datato, è riconducibile al sec. XVIII.