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autografi_di_napoleoneNel 2011 credo, per altro lavoro che aveva richiesto lo spoglio di quotidiani d’epoca, ero incappata in due articoli degli anni Trenta che mi avevano attratto: la sparizione ai primi del Novecento di alcuni autografi di Napoleone dall’Archivio di Stato di Milano e il loro parziale e rocambolesco ritrovamento qualche tempo dopo. Ci avevo scritto su, divertendomi un mondo a sbrogliare la storia intricatissima e a raccontare i personaggi. Ci avevo scritto su per una pubblicazione seriosa, anzi seriosissima, proprio dell’ASMi. Non adatto e rifiutato e forse è meglio così: io scrivo ormai solo per amore mio, per leggere la storia secondo me. Di scientifico c’è il metodo, il tono è quello divertito e scanzonato di chi guarda alle carte per leggervi la vita (e i suoi misteri).

“Il maresciallo Gottardi ebbe un moto di stizza. Allora, Jacojanni! Ti decidi a parlare? Gli altri dove sono?”.

L’operatore cinematografico Jacojanni Alvaro fu Giuseppe non fece – come si dice – un plissé. Con l’aria più innocente del mondo, appoggiato a una parete con una sigaretta penzolante dall’angolo della bocca, posò uno sguardo svagato sull’enorme catasta di giornali e vecchie riviste che ingombrava una parte della stanza. Poi un sorrisetto malizioso gli increspò le labbra.

Gottardi non ci vide più. Aveva voglia di prenderlo a calci quello là. Ma si contenne. E la vedremo”, disse fra sé. “Sì, sì che la vedremo”, ripeté a voce alta, diretto all’operatore cinematografico. “Chi la dura la vince. Con chi pensi di avere a che fare?”. E diede ordine di iniziare la perquisizione. Mi raccomando: libri e giornali ad uno ad uno!”, tuonò.

Il viso di Jacojanni si rabbuiò un poco, solo un poco, mentre i carabinieri aggredivano con paziente solerzia il cumulo informe di cartacce e giornali. Finché uno dei militi si voltò: “Maresciallo…!”. Da una polverosa rivista di archeologia spuntava l’angolo di un foglio giallino: quello con cui Napoleone Bonaparte, da poco felice padre di un pargoletto dal titolo altisonante di “Re di Roma”, ringraziava il presidente del Senato italiano per gli auguri.

Tombola!”, pensò il sottufficiale. E il sorrisetto malizioso migrò dalle labbra un poco esangui dell’operatore cinematografico a quelle ben più rosee del Gottardi.

Doveva essere andata pressapoco così quella giornata campale. I documenti non lo dicono: perduti – almeno quelli che certo testimoniavano la vicenda per l’Archivio di Stato – nei guasti tremendi che i bombardamenti dell’agosto del 1943 arrecarono al Palazzo del Senato e ai suoi preziosi fondi, comprese le carte amministrative dell’istituto.”

(continua; Ermis)