“Strano ma vero, tuttavia, la complicatissima e buffa vicenda degli autografi di Napoleone trafugati o semplicemente smarriti e poi recuperati a distanza di trent’anni aveva colpito la stampa del tempo. Sarà stato per la figura un po’ surreale dello sconosciuto operatore cinematografico o per l’intricato coinvolgimento di vari personaggi (e anche di qualche personalità), fatto sta che la storia aveva occupato per due giorni di fila la parte centrale di una pagina del Corriere della sera.
Due begli articoli, di quelli lunghi lunghi e fitti fitti, suddivisi in capitoletti, con titoli acchiappa-lettore: Misteriose vicende di autografi napoleonici sottratti e ora tornati all’Archivio di Stato… Un altro autografo di Napoleone ritrovato. Documenti storici rintracciati in una perquisizione.
Ma sono i titoli dei capitoletti a raccontare il divertimento dell’anonimo cronista nel dipanare l’ingarbugliata matassa per i lettori: Una sparizione di 31 anni fa, Alla Fiera di oh bej oh bej, Le ultime peripezie, La solita storiella, Un singolare raccoglitore, Lettere di una celebre amatrice… Ingredienti sfiziosi, impastati col sorriso sulle labbra e con consumata abilità, conditi di bonaria simpatia per quel mascalzone di Alvaro Jacojanni, che si ostinava a negare l’evidenza.
Già… l’evidenza. Ma qual era l’evidenza?
Sulla falsariga del racconto divertito del cronista, la vicenda era andata più o meno così. O meglio, si può presumere che sia andata più o meno così.
In tempi non sospetti, nell’anno 1900, all’onorevole Alfredo Comandini, che si accingeva a compilare l’opera sua “L’Italia nei cento anni del sec. XIX”, era stata concessa l’autorizzazione a far fotografare da un suo incaricato alcuni documenti napoleonici che l’Archivio di Stato conservava. A distanza di molti anni, a riproduzione avvenuta, risultarono mancare all’appello ben cinque originali. Che si trattasse di sottrazione con dolo o di semplice smarrimento – come ne accadono sovente negli archivi e nelle biblioteche per collocazioni fuori posto o insomma per colpevole sbadataggine -, non si poté appurare: la scoperta dell’ammanco era avvenuta a diversi anni di distanza e la lacuna rimase fino al 1929.
Nell’aprile di quell’anno, quando ormai – immaginiamo – le speranze di recuperare i documenti si erano ormai perse e già la cosa doveva essere finita nel dimenticatoio, un cittadino svizzero, tale Willy Vogel, abitante a Milano in via Ozanam 16, aveva bussato alla porta di quello che era allora il “sovraintendente al Museo del Risorgimento” di Milano, il prof. Antonio Monti. Chiedeva il Vogel – nell’eventualità di una cessione al Museo dietro adeguato compenso – un parere di autenticità su un cimelio che il soprintendente non esitò a riconoscere per uno dei documenti mancanti dall’Archivio di Stato. Si trattava di un dispaccio di Napoleone del 25 maggio 1811 indirizzato al conte di Breme, presidente del Senato italiano. Il documento fu prontamente incamerato con una scusa dal Monti in attesa che le autorità competenti svolgessero le indagini del caso.
Le indagini tuttavia, pur mettendo in luce una singolare catena di passaggi da una mano all’altra della preziosa carta, non riuscirono a far emergere il primo autore della sparizione o del furto, se dolo v’era stato. Il Vogel, infatti, messo sotto torchio, aveva dichiarato che il documento gli era stato dato da uno chauffeur, il quale a sua volta – identificato e rintracciato – dichiarò di averlo ricevuto da un operatore cinematografico, che rispondeva al nome di Alvaro Jacojanni.” (continua; Ermis)
