“Sui trent’anni, originario di Lecce, domiciliato ormai da tempo a Milano e da poco in quel di Baggio con una moglie e un bimbo, Jacojanni sostenne una versione difficilmente confutabile, per quanto non proprio convincente. Era lui – sì! – che aveva dato al conducente di vetture il documento, ma dopo averlo trovato dentro le pagine polverose di un vecchio libro acquistato per caso alla popolare fiera milanese degli Oh bej! Oh bej! a Sant’Ambrogio.
Diavolo di uno Jacojanni! Le indagini non poterono che subire una battuta di arresto. Siccome però – com’è noto – il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, e poi del resto l’uomo ci mette del suo, non passò molto tempo prima che la faccenda tornasse nuovamente a galla.
Settembre 1931: un’impettita signora rispondente al nome di Alba Barbato, vedova dell’onorevole Barbato e abitante in Milano in via Monforte 66, si presentava al solito prof. Monti del Museo del Risorgimento per proporre la vendita di un documento al Museo, se lo stesso – sottoposto all’expertise del soprintendente – fosse stato riconosciuto autentico. Si trattava di una lettera di Napoleone del 16 giugno 1809 indirizzata ancora una volta al conte di Breme e naturalmente fu riconosciuta dal Monti a colpo d’occhio come autentica. Di vendita manco il caso di parlarne, come venne spiegato all’imbarazzata signora, che – sulle spine – si agitava sulla sedia.
Sulla provenienza e sulla proprietà non potevano esserci dubbi: era uno dei cimeli mancanti dall’Archivio di Stato della rosa dei cinque, di cui già uno era stato fortunosamente recuperato due anni prima attraverso il curioso caso dell’operatore cinematografico Jacojanni. Il quale Jacojanni non risultò estraneo neanche a questa vicenda.
La signora Barbato, infatti, stretta gentilmente d’assedio dalle autorità, dopo un primo momento in cui fu tentata di depistare gli inquirenti sostenendo di aver ricevuto la preziosa carta in pagamento di un credito di 2000 lire, confessò di aver agito perché pregata dall’avvocato Luigi Ferdinando Piovella, che esercitava in via Lanzone 39 nella città meneghina. Appassionata d’antichità, la signora si era rivolta dapprima al conte Gnoli, soprintendente della Biblioteca di Brera, il quale a sua volta – ben ricordandosi del precedente di due anni prima – aveva dirottato la vedova Barbato al Museo del Risorgimento dritta dritta nelle mani del prof. Monti.
Antonio Monti aveva dunque informato – una volta riconosciuto il cimelio scomparso – l’allora soprintendente all’Archivio di Stato Giovanni Vittani, che non aveva esitato – oltre a prendere in carico il documento – a fare dettagliata denuncia al Commissariato Castello. Da qui erano ripartite le indagini – e si sperava, questa volta, con maggior fortuna – dirette a scovare il primo responsabile della misteriosa scomparsa dei cinque documenti trentun anni prima. L’interrogatorio dell’avvocato Piovella, era stato, a questo punto, decisivo e davvero la realtà superava la fantasia, quanto a machiavellico intreccio di circostanze e personaggi.
Dapprima – si era nel luglio appena passato – il legale era stato contattato da due soggetti non meglio specificati, ovvero Giovanni Meregalli e Mario Nardi, con la richiesta di un parere e la proposta di trattare la vendita del documento, lasciato al Piovella sulla fiducia; ma i due non erano risultati che emissari di tale Jacojanni Alvaro – il nostro operatore cinematografico! – il quale di lì a poco era piombato di persona presso lo studio dell’avvocato, prima che questi avesse avuto il tempo di far mente locale alla bisogna. Jacojanni era riuscito a imbastirgli una storia davanti alla quale chiunque avrebbe storto il naso, ma tant’è: il Piovella ci aveva creduto. L’operatore non aveva esitato a chiedergli di trattare direttamente col prof. Monti del Museo del Risorgimento la restituzione del primo documento – a suo dire indebitamente sequestratogli due anni prima – o almeno di combinare la vendita di questo secondo cimelio. E il Piovella aveva coinvolto a questo punto l’autorevole e ignara vedova Barbato, che si era mossa scomodando il conte Gnoli.” (continua; Ermis)
