“Tutto tornava, fin qui. Restava sempre da torchiare quell’osso duro di Alvaro Jacojanni. Anche in questo caso, tuttavia, l’operatore cinematografico raccontò la solita storiella: la preziosa carta firmata di proprio pugno dal Bonaparte era spuntata dalle pagine ingiallite di un vecchio tomo acquistato così, tanto per fare, in una bancarella degli Oh bej! Oh bej!
Pensava, lo Jacojanni, di cavarsela in questo modo, invocando la sua buona fede, ma aveva fatto male i conti. Intanto lo attendeva una denuncia per aver omesso di segnalare alle autorità il secondo documento, dopo che il primo era stato riconosciuto – due anni prima – di proprietà dello Stato italiano e a questo indebitamente sottratto in circostanze che appunto si cercava di chiarire. E poi… ecco, poi lo attendeva una bella perquisizione, affidata al solerte maresciallo Gottardi della stazione dei carabinieri di Baggio su richiesta del vicequestore Feliciangeli del Commissariato Castello.
Sì, perché la storia non poteva essere finita lì: dov’erano gli altri tre preziosi documenti che ancora mancavano all’appello, oltre ai due già recuperati? Si cercavano ancora due lettere di Napoleone al presidente del Senato italiano del 18 dicembre 1809 e del 30 aprile 1811 e una copia della promulgazione del Codice napoleonico, in italiano e in francese, sottoscritta con firma autografa di Napoleone il 16 gennaio 1806.
E qui ci riallacciamo all’inizio della nostro racconto – come lo abbiamo immaginato -, con Jacojanni appoggiato al muro e la sigaretta penzolante dalle labbra, intento a osservare con aria divertita i militi che passano a ferro e fuoco le scartoffie ammonticchiate in un angolo della stanza.
Baggio, via Terni 7, settembre 1931. Il maresciallo Gottardi procedette alla perquisizione nell’abitazione privata dell’operatore cinematografico, non prima di averlo invitato a consegnare spontaneamente i restanti cimeli che ancora risultavano dispersi. Lo Jacoianni continuò tuttavia imperterrito a ripetere la versione che già aveva sostenuto durante gli interrogatori di quei giorni: solo i due documenti già trovati erano in suo possesso e per giunta senza che si potesse ravvisare alcun dolo, trattandosi di carte rinvenute in un vecchio libro acquistato nel mercatino della nota fiera popolare.
Sperava forse – si domanda l’anonimo cronista del Corriere – che il Gottardi non avrebbe avuto la pazienza di sfogliare ad uno ad uno i polverosi giornali che ingombravano un angolo della stanza dove si trovavano riuniti? Ma poi era spuntato l’angolino del dispaccio del 30 aprile 1811 da una polverosa rivista di archeologia e la musica era cambiata.
Infatti… bastò poco e se i due documenti mancanti non vennero fuori, in compenso la pesca del maresciallo risultò piuttosto fruttuosa: due lettere della turbolenta Carolina di Galles, sposa infelice e infedele del re d’Inghilterra Giorgio IV, scritte a Caprino Bergamasco nel 1818, e un decreto su pergamena con tanto di sigillo in ceralacca del 22 gennaio 1561, con cui il cardinale Michele Ghisleri concedeva indulgenza plenaria ai visitatori della chiesa delle monache benedettine in Cremona il giorno di San Benedetto.
Documenti tutti prontamente sequestrati allo Jacojanni, che tentò di riproporre anche nel caso della terza lettera napoleonica la storiella del fortunoso ritrovamento fra le pagine dello scartafaccio acquistato agli Oh bej! Oh bej! Stessa provenienza – ma diversa bancarella! – per le due lettere di Carolina di Galles, mentre per il vistoso decreto con sigillo l’operatore cinematografico chiamava in causa addirittura un fratello ex sacerdote. Le lettere della principessa e il decreto cremonese non erano però sortiti dai fondi conservati in Archivio di Stato. Proprio l’operatore cinematografico in realtà – più ancora della sparizione delle carte – sembrava agli inquirenti il vero enigma di tutta l’intricata vicenda.
Di misterioso, infatti, la scomparsa dall’Archivio di Stato dei cinque preziosi cimeli – a detta del vice-soprintendente Cesare Manaresi – aveva ben poco. Ai tempi del fattaccio le carte erano state semplicemente “prestate” con tutte le autorizzazioni del caso all’onorevole Alfredo Comandini, appassionato cultore di storia, perché le utilizzasse per la composizione della sua opera. Come succede spesso né l’una parte si era più ricordata di renderle, né l’altra parte – fatto anche più increscioso – di chiederle indietro, finché la sorte ci aveva messo lo zampino, troncando la vita del Comandini nell’anno 1923.
Delle carte non si era saputo più nulla né alcuno le aveva più cercate fino a quando nel 1929 al professor Monti era stato proposto l’acquisto di un documento napoleonico ed era venuta fuori la curiosa storiella degli Oh bej! Oh bej! raccontata da uno squinternato operatore cinematografico.
Ecco, appunto, lo Jacojanni. Scarsa cultura, una vita modesta e molto normale – come ricostruivano gli inquirenti – e però con il pallino della storia. La casa disseminata di polverose scartoffie e vecchi giornali ne era la prova e solo per passione aveva raccolto – a suo danno – quei documenti preziosi e sciagurati di cui si trattava. Appunto per non perdere quella che il cronista del Corriere chiamava “la sua ricchezza di carte ingiallite” Alvaro Jacojanni aveva taciuto, dopo il sequestro del primo documento, il possesso degli altri.
Del resto, come si premurava di precisare ai suoi ignari lettori l’anonimo cronista, non di quisquilie si trattava, bensì di carte “ciascuna delle quali può rappresentare, rapportandosi ai prezzi dei cataloghi di curiosità storiche che si trafficano internazionalmente, un valore di circa 20.000 lire.”
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Che cosa sia stato dello Jacojanni e del suo tesoretto di vecchie carte la storia – sarebbe meglio dire la cronaca – non lo racconta. Come spesso succede, all’interesse subitaneo per l’ingarbugliata vicenda, doveva essere succeduta un’adeguata indifferenza, una volta dipanata alla bell’e meglio la matassa degli intricati coinvolgimenti di personaggi più o meno noti. Peraltro che un “operatore cinematografico”, per quanto misconosciuto, potesse essere accostato a beni di nicchia e assai poco appetibili per il grande pubblico come i documenti d’archivio aveva del miracoloso. Che se ne occupasse la stampa ancora di più.
Per il resto, tolto il carattere “misterioso” alla sparizione dei documenti, che – come aveva chiarito con pragmatica semplicità il vice-soprintendente Manaresi – era piuttosto da imputarsi a banale (ma non meno colpevole) smarrimento per mancata restituzione, la vicenda si riduceva ad una pittoresca storiella da bozzetto meneghino: un paio di bancarelle alla fiera di Sant’Ambroeus, un appassionato collezionista sui generis, una signora vedova, un azzeccagarbugli, quattro sbirri e tanta tanta polvere fra le pagine ingiallite di un vecchio libro.” (fine; Ermis)
