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Ci sono fotografie che da sole riassumono un’epoca, un fatto, un evento. Quando mi è capitata per le mani questa, nel solito scatolone in un mercatino delle pulci, non ho avuto dubbi e l’ho scelta fra tante: è la mia immagine-simbolo della Grande Guerra. Da quando è iniziata la sarabanda delle commemorazioni, evito se posso con molta cura di cercarne: è come partecipare a un rito collettivo di cui non condivido le premesse. Per questa fotografia ho fatto un’eccezione. Non so cosa sia a commuovermi di più: se gli occhi incavati e fissi del povero fante con le stampelle o la breve letterina sgrammaticata che Luigi scrive sul verso a una sorella con la maiuscola. No, direi che è un insieme di cose. Fra queste soprattutto la paura dell’abbandono, il timore di non essere ricordati che aleggia muto o appena espresso dalle parole scritte sul verso. E’ un timore che colgo anche in altre fotografie e documenti di altri soldati e di altre guerre: l’idea di essere stati esclusi dal consorzio civile, di essere stati dimenticati.