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Ci sono fotografie che da sole riassumono un’epoca, un fatto, un evento. Quando mi è capitata per le mani questa, nel solito scatolone in un mercatino delle pulci, non ho avuto dubbi e l’ho scelta fra tante: è la mia immagine-simbolo della Grande Guerra. Da quando è iniziata la sarabanda delle commemorazioni, evito se posso con molta cura di cercarne: è come partecipare a un rito collettivo di cui non condivido le premesse. Per questa fotografia ho fatto un’eccezione. Non so cosa sia a commuovermi di più: se gli occhi incavati e fissi del povero fante con le stampelle o la breve letterina sgrammaticata che Luigi scrive sul verso a una sorella con la maiuscola. No, direi che è un insieme di cose. Fra queste soprattutto la paura dell’abbandono, il timore di non essere ricordati che aleggia muto o appena espresso dalle parole scritte sul verso. E’ un timore che colgo anche in altre fotografie e documenti di altri soldati e di altre guerre: l’idea di essere stati esclusi dal consorzio civile, di essere stati dimenticati.
“Minerbio, [la fotografia è rifilata e la data non si legge]. Cara Sorella … sei arrabiata con me? Ti mando la mia fottografia che in sì la confronterai con quella che hai in casa. Dunque aspeto le tue nottizie perche da quando sono statto ferrito non so più nulla di te, questo e il mio nuovo indirizzo — Luigi Ospedale Militare Sussidiario di Minerbio di Bologna. Di nuovo ti saluto e ti bacio. Saluta a tutti i tuoi …”.
C’è una patina di sporco sulla fotografia, che l’incuria le ha donato, come di carta inutile. (Ermis)
Bellissimo post… Commovente e coinvolgente.
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