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Piove. Oggi a Milano diluvia. Ho alzato gli occhi appena sveglia e mi è venuta in mente la foto preferita della mia collezione. E’ lì, sopra la libreria bassa che mi fa da testata del letto, appesa alla parete. La parete è tutta buchi perché le foto sono tante e tanti sono stati i tentativi di appenderle. E io non sono brava né precisa, non in queste cose. Troppa l’ansia e il piacere anticipato di vedermele lì, in bella mostra. E il muro – adesso che ci penso – forse non è un granché.
Non so cosa raffiguri esattamente. Non lo sapevo anzi fino alla scansione e ai ritocchi del caso. Però ora ho visto bene: sono fanti della Grande Guerra in uniforme, mezzi dentro e mezzi fuori un edificio in muratura. E c’è una pozzanghera e dietro un parapetto semplice. E forse delle montagne. E poi un ombrello. E un tempo da lupi.
Quando l’ho acquistata, la fotografia, in uno dei soliti giri per mercatini sgrausi e un po’ equivoci, mi ha colpito l’ombrello che si staglia netto sopra le teste delle persone, in un controluce assassino che neanche a volerlo fare apposta. Mi è venuto in mente mio nonno, vestito da capomastro muratore, e la sua squadra. Avrebbero fatto una foto così. Poi penso che dei fanti con l’ombrello sono un po’ strani e noto che dietro, chi regge l’ombrello – vai a sapere – forse non è in uniforme. Gli altri li riconosco: la divisa stretta e quelle calzature che son fatte di niente.
Delle fotografie mi stupisce sempre una cosa: che le più belle sono quelle inconsapevoli. Quelle che ritraggono la vita così come viene, senza un intento, senza un perché eccetto l’occasione. A questo dovrebbero servire le fotografie, penso. A ritrarre la vita. Anche quando piove e c’è la guerra. (Ermis)